“Dal PCI al PD” è un interessante  testo scritto  con rigore e passione da un giovane consigliere (29 anni) del Pd di Reggio Emilia, Dario De Lucia, che ho avuto il piacere  di conoscere nel corso dell’incontro di presentazione del libro che si è svolto il 14 dicembre a Frascati presso l’Hotel Flora.

Per contestualizzare anche a livello locale i contenuti del libro,  gli organizzatori hanno invitato a discuterne gli attuali Segretari Pd di Frascati e di Grottaferrata e anche gli ultimi Segretari Ds, Margherita e DC di Frascati nell’ambito di una tavola rotonda che, a dispetto di quanti possano ritenere l’argomento un po’ pesante, si è protratta fino alle 21,30 con molti interventi anche da parte del pubblico (con una presenza considerevole di giovani).
Sostanzialmente nel libro si riconoscono tre parti:

– nella prima vengono esaminati e messi a confronto gli Statuti che nel tempo hanno disciplinato l’organizzazione e l’attività del PCI, del PDS, dei DS e infine del PD e riepilogate le “correnti” più o meno ufficializzate che hanno caratterizzato e animato la vita del partito o meglio dei partiti in cui il partito si è evoluto;

– nella seconda sono riportate le interviste a personaggi che hanno avuto un ruolo indiscutibile nell’evoluzione storica del partito, quali Lo Giudice, Bernardi, Civati, Bersani, D’Alema (questi ultimi prima dell’uscita dal Pd);

– nella terza, cioè nelle conclusioni, i consigli che l’autore si sente di dare, alla luce delle prime due parti, per una ripresa del PD in termini di ruolo politico e rapporto con i cittadini.

Devo riconoscere che l’esame degli Statuti è stata condotta con grande pazienza e rigore scientifico e mette  disposizione del lettore una serie strutturata di informazioni che normalmente è dispersa in più testi.

Anche le interviste sono interessanti perchè la narrazione delle storie personali si intreccia e si fonde con quella del partito. Mi soffermo solo sulle risposte all’ultima domanda comune a tutti: “Che consiglio daresti a Renzi?”. C’è chi chiede di dare spazio all’elaborazione politica (Lo Giudice), chi invita a maggiore umiltà (Bersani), chi chiede ascolto per il dissenso (Civati) e chi, senza neanche sentire l’obbligo di elaborare un ragionamento politico, lo invita  semplicemente ad andarsene (D’Alema).

Alle interviste scritte si è aggiunta una video intervista, con cui si è aperto l’incontro, a Pierligi Castagnetti sull’art. 49 della Costituzione (per intenderci quello che riconosce il diritto dei cittadini di associarsi in partiti per concorrere con metodo democratico alla politica nazionale). Castagnetti ha posto l’accento sul metodo democratico. Per  un partito come il Pd avere uno statuto democratico vuol dire avere regole chare nell’elezione degli organismi interni, nella selezione dei dirigenti e avere bilanci trasparenti. I c.d. “movimenti” sfuggono a queste regole e soprattutto non sono tenuti a dichiarare la provenienza dei propri fondi (e in cambio di questo rinunciano volentieri alle “sovvenzioni statali”)!

Nelle conclusioni si parte dall’individuazione di una serie di fattori che stanno immobilizzando il partito per solleciatre  un cambiamento.

Tra i fattori critici c’è sicuramente la presenza di “lobby locali” territoriali o funzionali che minano l’unità del partito e si radicalizzano intorno a singoli soggetti più che a differenzi visioni politiche, o ancora l’incapacità dei gruppi dirigenti di elaborare progetti di medio e lungo periodo preferendo limitarsi a scelte minimali di breve periodo che sembrano pagare nell’immediato ma preparano fallimenti futuri, o anche lo scaricare il peso delle decisioni sugli elettori più che sui dirigenti e infinel’autonomia crescente degi eletti dalle direttive del partito.

La proposta è: CAMBIAMENTO. Anche se  i gruppi dirigenti non sono spontaneamente fautori del cambiamento, l’individuazione di nuove “idee egemoni” può convincere gli stessi dirigenti che nel cambiamento sussistono nuove possibilità per loro e per il partito.

“Le idee, soprattutto quelle migliori, possono in­  somma “cambiare la testa” delle élite, convincendole a perseguire il proprio interesse nell’innovare e nel cambiare in forme che concorrono all’interesse gene­   rale. Solo in questo modo la fetta di torta ha buone possibilità di non ridursi e, anzi, di crescere”.

Personalmente  sono convinta che il partito abbia bisogno di organizzazione e di elaborazione politica: organizzazione perchè le regole condivise sono una garanzia di democrazia, elaborazione politica perchè un partito deve conoscere e riconoscere  i suoi valori di riferimento e orientare a questi le proprie scelte. Lisciare il gatto dell’elettorato sempre dal verso del pelo è prerogativa del populismo e del movimentismo e porta un partito politico all’immoblismo e a compiere errori di omissione.

Il Partito democratico ha un vasto e storico patrimonio di ideali, di competenze e di persone che non si può lasciar disperdere. Tutti noi abbiamo l’obbligo di valorizzarlo!

… ma questi sono solo alcuni spunti, nel libro troverete molto altro…

Silvana Pappaianni